AGLI INSEGNANTI SPESSO FA COMODO CHE LE COSE RESTINO COME SONO
Una scuola così non si può improvvisare. Per questo apriamo l’argomento mentre l’anno scolastico è in corso: per far sì che nelle classi se ne parli, nella speranza che nell’anno scolastico 2012/2013, qualcosa di simile a quel che qui si suggerisce possa realizzarsi. Ancora manca il materiale audiovisivo e ogni altra attrezzatura? Qualcuno, a fine Settecento, ha avviato un radicale cambiamento della società e aveva solo carta e penna d’oca. Gli esempi di “prima lezione” che qui seguono sono certamente immaginari, un po’ provocatori. Vogliono essere stimolanti.
QUESTO SITO E' DEDICATO A CHI VUOLE CHE QUALCOSA CAMBI

MICHELE DIEGOLI insegna filosofia al Liceo Linguistico “Varalli” di Milano Stralci dalla relazione al Convegno “Abitare la Patagonia” 21. 9. 2011, Sesto San. Giovanni, MI
Entro in classe e c’è una che scrive. “Cosa stai facendo?” – “Sto scrivendo che è entrato il prof”. Questo succede perché si chiedono: “Che ci faccio qui?”
Dolcemente confusi, ammettono di non sapere con un candore disarmante, fragili, teneri, ingenui, esposti, carne sensibile, aperti, interessati, disponibili, curiosi ma nello stesso tempo annoiati, deboli, anche fisicamente, disponibili, aperti, interessati. Ma dotati di un grande senso morale. Sono sottostimati: hanno una chiara idea del giusto e dello sbagliato..
Qualche volta hanno un sorrisetto da disincantati, sono diffidenti, ma certe volte credono a tutto. Una volta stavo parlando degli imperatori bizantini; era un’ora particolarmente noiosa. Io vedevo che si annoiavano; mi stavo annoiando anch’io. Allora ho detto “La cosa più importante di Bisanzio era l’aeroporto”. Un silenzio glaciale. Sono andato avanti inventando al momento: “Tutto costruito in legno, gli aerei andavano col fuoco greco…” C’è stato un quarto d’ora di silenzio. A un certo punto solo la più schiappa della classe, alza la mano “Scusi, nel sesto secolo?!”.
Elisa, davanti al classico compito in classe non scriveva niente. “Perché non scrivi?” “Non ho studiato” “Dimmi perché non hai studiato” “Ho perso la testa per lui [un compagno del liceo]. Ho dato priorità a questa storia piuttosto che allo studio”. Dice “la storia con lui”, ma si tratta di tutta la sua storia.
Mi dice un collega: non possiamo mica fare lo psicologo: c’è lo sportello psicologico, lunedì dalle 11 alle 13. Ma, qualche volta, sì, tocca a noi.
Certo, se do troppo retta alla “storia” di Elisa, mi sembra di non fare scuola. Abbiamo bisogno di tempo.
La scuola è come lo Stretto di Magellano: di qua c’è l’adolescenza, di là c’è la Terra del Fuoco: la vita adulta. Il nostro lavoro è di restringere lo stretto, che è difficile da attraversare, si viene sbatacchiati di qua e di là. Portare nella Terra del Fuoco: ci vuole tempo.
Altrimenti è come l’idraulico che esce da casa e dice “Tutti i rubinetti perdono”. E dobbiamo anche pagarlo.
Viva le ore buche: sono preziosissime: incontro quello che hanno sbattuto fuori di classe e andiamo magari assieme a prendere un caffè.
Guai alle scuole che non hanno un adeguato bar. Almeno le macchinette; alle macchinette si può fare tante cose, anche scuola.
La sfida grossa è fare cultura, che viene da “coltivare”.
Lavoriamo sulla materia, che viene da “madre”.
Studiare vuol dire “provare inclinazione, desiderio per una cosa”
Scuola viene da scolé : “luogo di riposo, tempo libero, dedicato a me stesso”
Aula viene da aulé  : “cortile, spazio aperto”.
In queste aule color cammello malato non so cosa si possa fare.
La scuola accenda il desiderio in uno spazio aperto: un’orgia? La scuola sia come un’orgia, l’unica consentita ai minorenni.
Quando la scuola è in alto mare, lo studente è a terra.
La scuola è l’ultimo posto dove adulti e adolescenti sono costretti a parlare assieme.
Platone la chiama “un luogo per dialogare insieme”
Per tre anni questo dialogo. E’ un’opportunità incredibile. Ma è l’ultimo posto.